G.B. FACCHETTI
1475ca. - post1555

Figlio di magister Bartolomeo, non si sa in quale bottega sia avvenuta la sua formazione. Con
Bartolomeo Antegnati, di 25 anni circa più vecchio, assiste alla fine della grande epopea dei
costruttori stranieri attivi a Venezia e in tutta l’area padana fino alla fine del secolo. Al volgere del
1500 abitava vicino alla chiesa di S.Maria del Carmine, dal lato delle vecchie macellerie che si
affacciavano sul Garza di fronte a S.Faustino. Non è impensabile quindi sostenere che, visti i suoi
interessi, conoscesse bene il laboratorio che gli Antegnati stavano sviluppando nel territorio della
parrocchia di S.Agata. I primi lavori testimoniati sono condotti in società con altri organari, un
pavese e un lodigiano. Ciò ha indotto alcuni studiosi a sostenere che la sua formazione sia avvenuta
fuori dalla bottega Antegnati considerato che divenne prestissimo loro competitore. Potrebbe essere
altrettanto probabile che, raggiunta l’abilità necessaria, sostenuta da un carattere fiero ed
intraprendente, decida di abbandonarli. Nel 1501, infatti, era in concorrenza con Bartolomeo
Antegnati in una gara per costruire un nuovo organo all’Incoronata di Lodi. Il primo strumento lo
costruì nel 1511, per la cappella dell’Incoronata del Duomo di Mantova. La commissione lo fece
entrare in contatto con due delle corti musicalmente più potenti e stimolanti dell’epoca: i Gonzaga e
gli Estensi. L’ambiente e la protezione dei duchi di Mantova gli parvero congeniali per fissare, si fa
per dire, in quella città la sua sede. Acquista numerose case e pezzi di terra nelle quali abita,
cambiando più volte quartiere. Passa dal pittoresco “leone vermiglio” al “leopardo” all’“aquila” al
“rovere” tornando talvolta sui suoi passi. Dal 1511 si susseguirono una serie di ordinazioni sempre
più prestigiose. Sono documentati finora una sessantina di interventi di tutti i tipi, nei quali risulta
la costruzione di circa 40 organi nuovi, di cui due delle dimensioni di ben 20 e 22 piedi. Tra le più
importanti si segnalano: quella per la Cattedrale di Reggio Emilia, poi rescissa per un progetto assai
più impegnativo per il Duomo di Milano, anch’esso però non realizzato. Dal 1516 costruì strumenti
per il Duomo di Asola e per le chiese bresciane di S.Barnaba (ora sala civica) e S.Giovanni
Evangelista (1517); per quest’ultimo ricevette, come residuo del pagamento, una casa. Dal 1518
inizia la sua frenetica peregrinazione per tutta l’area padana con escursioni incrociate in Veneto,
Toscana, Liguria. Punte eccezionali di questa immensa mole di lavoro, che lo portava talvolta ad
assumere più impegni sovrapposti nello stesso periodo (causa di ritardi e lungaggini sopportati solo
per la sua eccellenza nell’arte), sono le commissioni di un organo per l’isola di Cipro (voto di un
nobile veneziano nel 1519), il restauro degli organi della basilica di S.Marco a Venezia nel 1521 e le
ambasciate del 1530 per costruirne uno in S.Pietro in Vaticano. Per questo impegno, venne pure
assolto dall’accusa di contrabbando di assi di legno ed esentato da tutti i dazi o molestie
burocratiche che potevano insorgergli nel portare a Roma le attrezzature necessarie.
Successivamente, restaura e amplia il monumentale strumento quattrocentesco di 24 piedi, della
basilica di S.Petronio a Bologna. Questo lavoro gli servirà per impostare i suoi due strumenti più
grandi, quelli per le cattedrali di Piacenza e Cremona, di 20 e 22 piedi. Verso la fine della sua lunga
esistenza (circa 80 anni), si fa aiutare da due allievi e collaboratori: Taddeo Cestoni e Giovanni
Giacomo Calvi, che dovevano comunque avvalersi del “consilio, opera et auxilio” dell’arzillo maestro.
Nel bresciano e in città, oltre i due strumenti precedentemente citati, l’artefice restaura quello di
Manerbio (mentre quello programmato a Salò non andrà a buon fine) e realizza quelli di S.Eufemia,
Gavardo e Verolanuova. La sua tecnica di esecuzione era ancora improntata, per diversi aspetti, a
quella monastica medievale. Una parte, di ricerca e anche di produzione, come abbiamo visto, poteva
essere impostata in convento. Spesso però la realizzazione dei vari strumenti avveniva in loco.
Facchetti sembra abbia seguito spesso questa seconda tecnica, gettando le lastre di stagno e piombo
su letti di sabbia o su lastre di marmo levigate. Le sue sonorità sono state contrapposte a quelle degli
Antegnati, per lo spirito assai più vivace e “gagliardo”, espressione della sua personalità
esuberante, che doveva talvolta essere tenuta a freno col “stringerlo con li pacti et convenzione et
capituli de li registri”. Vincenzo Parabosco, organista del Duomo di Brescia, raccomandando il
settantenne artista ai Deputati del Consiglio della Comunità di Salò, aggiunge che “anchora che il
cavalo corresse bene li speroni il fano correr melio”. Durante la sua lunga esistenza, simile per
molti aspetti a quella di Michelangelo, ebbe un figlio, che non sembra abbia seguito le orme paterne e
una figlia, data in sposa a uno spadaio. Come ultimo strumento testimoniato, un piccolo portativo di 3
piedi, eseguito tra la fine del 1554 e l’anno successivo, per un facoltoso genovese.