Originari di Leno i Marchesini iniziano l’attività con la
curiosa figura di Tommaso (1775c.–1840c.),
orologiaio comunale e fabbricatore di strumenti (probabilmente spinette e
pianoforti), nonché
inventore. Di lui, in un manoscritto modenese, è citata una carrozza automobile
che: “Da se stessa
corre, volta e si ferma, senza l’aiuto di alcun animale da tiro, e senza che
possano conoscere gli
spettatori, che accorrono in gran numero, come si ponga in moto e mantengasi in
cammino”. Suo figlio
Francesco (1801-1867), con ogni probabilità, deve aver imparato alcune arti dal
padre. Si trasferisce
a Brescia in epoca imprecisata prendendo dimora nel convento di S.Giuseppe (sede
di diversi
laboratori organari) e si sposa in S.Alessandro. Alle attività apprese
Francesco affianca anche quella
di organaro e di laminatore di lastre in piombo. In un paio di documenti si
testimonia la fornitura
per le cornici delle facciate della chiesa della Pace in Brescia e della
parrocchiale di Gussago. Lavora
principalmente nel bresciano e in particolar modo in Valtenesi e Valle Sabbia
per un trentennio, a
partire dal 1829 (quando lavora al rifacimento dell’organo di Anfo),
principalmente riformando o
restaurando strumenti altrui. Il primo organo interamente suo, a quanto risulta
a tutt’oggi è un
piccolo strumento di 12 registri costruito per la chiesetta di S.M. Elisabetta
in città; di proprietà
Averoldi. Quello della parrocchiale di Manerba (1845), fortunatamente
sopravvissuto senza alcuna
modifica successiva tranne un circoscritto intervento del figlio alla pedaliera
e alla tastiera, è anche
il suo capolavoro. Il restauro, ancora in corso mentre scriviamo, ha rivelato
una personalità artistica
assai originale: le cellette che portano aria alle canne sono scavate in tre
modi diversi (tonde, a
ellisse o rettangolari) e tutte le congiunzioni ai fori sono rifinite a
scalpello per favorire al massimo
il flusso del vento. Le canne sono composte con saldature piccole e spartane e
le bocche dei registri
fondamentali sono larghissime e molto più basse rispetto alle misure usate
all’epoca. Un’altra
caratteristica, assai apprezzata all’epoca, è la meccanica detta “a punta
di diamante”. I catenacci
della tastiera ruotano imperniati tra due punte laterali, senza essere fissati
agli strangoli
tradizionali. Tonoli userà questa tecnica in alcuni suoi strumenti. Suoi sono
anche quelli di
Capovalle (1846, sopravvissuto anche se parzialmente manomesso) e di Gazzane di
Preseglie (1849,
distrutto negli anni ‘50). Nel 1860 costruì un organo per la chiesa
parrocchiale di Carceri (Pd). Dei
due figli, solo il secondo, Gaetano Tomaso (1826-1909), proseguirà l’attività
paterna; il primo, Luigi
Pietro (1825-post1866), appare solo durante i lavori per la costruzione
dell’organo della chiesa di
S.Lorenzo (1863) in Brescia, facendo in seguito perdere ogni sua traccia.
Gaetano si trasferisce a
Barghe, mettendosi in proprio attorno agli anni 50 del secolo. Anche lui esegue
più restauri (Invico
di Lodrino 1856, Roè Vociano 1868, S.Zenone di Ono Degno 1870, Gazzane di
Preseglie e Idro 1875,
Levrange di Pertica Bassa 1877, Binzago di Agnosine 1881, Mura Savallo e
Santuario di Ono Degno
1884, Tizio di Collio 1888, Manerba e Sabbio Chiese 1890, Santuario di Sabbio
Chiese 1895,
Provaglio Sotto 1896, con il figlio Guglielmo) che strumenti nuovi. Costruisce
quello di Barghe (1854,
vedi scheda a pg. ...) utilizzando anche materiale più antico. La sua fattura
risulta meno raffinata e
personale rispetto all’opera del padre. Dei tre figli, la femmina, Rosa, morì
quattordicenne nel 1870,
Francesco Guglielmo (n.1850) e Carlo (n.1860) lo aiuteranno in alcuni lavori
senza però emularne le
gesta organarie, terminando la loro esistenza con il più tranquillo lavoro di
falegnami.