Le citazioni di scrittori bresciani, le ricerche documentarie
di Levri e Bignami e le letture dei
materiali superstiti effettuate dal sottoscritto, tratteggiano meglio una figura
fino a pochi anni fa
negletta nella storiografia organaria ufficiale; illuminano una personalità di
altissimo livello,
discussa, inquieta, simile per certi aspetti a quella di Vincenzo Gonzaga
(1562-1612) duca di
Mantova. Qualcuno lo dice di origini milanesi, ma il suo cognome (presente anche
nelle forme
Mearini, Miarini, Migliarini, Megliarini (deformato in Miariti, Miareti e
Migliareto) appare anche in
documenti mantovani della seconda metà del 1500. E’ ancora incerto dove
avvenne la sua formazione,
anche se l’ambiente antegnatiano pare il più probabile per le concordanze
documentarie e
organologiche, dal quale nei suoi lavori comunque si distacca, con una tecnica
costruttiva molto
personale. Sicuramente eredita di fatto la loro grande tradizione in un momento
di stasi o di crisi
dell’attività di quella famiglia, favorito da uno stile esecutivo,
complessivo e di rifinitura,
raffinatissimo e da una concezione della tavolozza sonora che, pur immersa nella
purezza della
struttura classica rinascimentale ampliata al suo massimo livello, propende per
una intonazione più
vivace e brillante, seguendo in tal modo un’estetica facchettiana da un lato e
barocca dall’altro. Oltre
a ciò accoglie nel quadro fonico alcuni registri ad ancia quasi sempre
ripudiati dagli Antegnati
perché imitativi delle sonorità di moderni strumenti “alti” (cioè
rumorosi, come Fagotti e Tromboni),
destabilizzanti l’argentina sonorità del Ripieno. Purtroppo la morte per
peste, come per il liutaio
Giovan Paolo Maggini, tronca una carriera sfolgorante. Insegna musica e organo
nel monastero
benedettino di S.Giulia, nel quale pare si facesse rinchiudere in parlatorio con
alcuni nobili amici,
facendo sorvegliare la porta da alcuni bravi di manzoniana memoria. Una bella
compagnia insomma. Il
Cozzando, autore coevo, dice che “Tomaso Meiarino fu pur chiaro et illustre in
questa professione.
Sua opera è l’Organo di Travagliato, Terra del Territorio Bresciano, e quello
di Rovereto di Trento”. A
lui Ottavio Bargnani dedica una “Canzon detta la Meiarina” nel Secondo Libro
delle Canzoni del 1611.
Le prime notizie, come accennato, appaiono nelle vicende relative alla chiesa
del Corlo. “Tomio
Mearini” viene registrato in un pagamento del 1602 “per aver sonato
l’organino portato da Brescia il
giorno della solennità della Beata Vergine” (probabilmente dai fratelli
Moroni). Assieme a Giulio
Cesare Moroni e Gian Francesco Antegnati pare presente, nel 1605, a Mazzo in
Valtellina. Nel 1607-8
forse lavora al Santuario di Tirano e nel 1619 a S. Anna in Albino Bergamasco.
Del 1624 è il primo
sostanzioso intervento al prestigioso organo enarmonico di Graziadio Antegnati
in S.Barbara a
Mantova. Per il duca Ferdinando Gonzaga, nello stesso anno, gli viene richiesto
“un organetto
portatile sì per il bisogno delle scene, come anco della chiesa, et concerti,
che lo farebbe con un
Principale soavissimo come di legno et lo tirerebbe tanto stringato, et sarebbe
comodissimo da portar
hor qua hor là conforme a bisogni...”. Le canne di questo strumentino sono
state inserite nell’organo
della basilica ducale in epoca imprecisata. Ne sopravvivono due in stagno
purissimo, bellissime,
della piccola facciatina di 2 piedi, recuperate assieme ad altri reperti dello
stesso autore durante il
restauro, tuttora in corso. Nel 1626 restaura quello del Duomo di Salò,
rifacendo anche la canna
maggiore di facciata (di 12 piedi); contemporaneamente stipula un contratto per
S.Marco di Rovereto.
Nel 1627 esegue lavori al Duomo di Brescia aggiungendo due registri e costruisce
un organo nuovo
per la Chiesa del Carmine a Bergamo. L’opera d’arte stupisce a tal punto i
committenti e testimonia
un livello d’esecuzione così alto che verrà preferito, quasi sfacciatamente,
a quello degli Antegnati
stessi. In una lettera diretta da Bergamo a Giovan Francesco Antegnati (il
figlio di Graziadio) viene
affermato: “Se per l’addietro ho fatto ufficio di sollecitar V.S. a compir
l’opera mi conviene hora far
ufficio contrario perciochè avendo questi Signori veduto l’organo del Carmine
compito la settimana
passata et ritrovatolo tanto perfetto che non si può vedere né sentire né
desiderare un organo
migliore sono entrati in opinione che se vorremo in S.Maria un organo che non
sia inferiore a quello
de Carmini bisognerà farlo fare al signor Tomio”. Lo strumento di Rovereto
viene approntato negli
anni successivi molto lentamente, a causa dei numerosi impegni, tra i quali un
nuovo intervento, nel
1628, a S.Barbara in Mantova. Nello stesso anno firma una “conventio” per
dotare di un nuovo organo
la nostra chiesa del Carmine. Lo strumento viene realizzato contemporaneamente a
quello di Rovereto.
Entrambi sono quasi finiti quando l’autore muore di peste. Verranno eretti e
terminati nel 1633 da
Graziadio Antegnati III. Di Rovereto rimane il contratto, che fornisce dettagli
tecnici preziosissimi.
Per questo strumento Meiarini aveva previsto al pedale “un registro di 13
Contrabbassi cominciando
da Cesolfaut basso sin’Ellami grave di stagno” e uno di Fagotti al manuale,
rarità assolute nel
panorama organario rinascimentale bresciano. Antegnati nella sua relazione
testimonia che
“sarebbono da fare una altra mano di canne, che si dimandano fagotti, di
singolar riuscita nel
concerto dell’istromento, per la quale è già fatto il registro, qual resta
vacuo” per ragioni di spesa, o
più probabilmente perché non rientrava nella sua estetica. Meiarini, sicuro
del livello della sua arte,
nel contratto arriva a specificare perfino che nella sua voce l’organo “sia
armonioso et sonoro, che
non habbi imperfezione di raucheza né di gosata, che sia di armonia argentina
viva e spiritosa senza
offesa dell’orecchio e che spicchi egualmente tanto nelli soprani quanto nelli
bassi, nelli quali si
possa trillare spiccatamente come nelli soprani”. Meiarini, nell’esecuzione
delle casse e delle
cantorie dei suoi strumenti, pare prediligere una soluzione cromatica ternaria
piuttosto forte,
affidata fondamentalmente a rosso e nero, legati da una doratura sfolgorante. Il
capolavoro bresciano
del Carmine (vedi scheda a pag….) è fortunatamente sopravvissuto, a
differenza del fratello trentino,
e costituisce, oltre a uno dei più begli esempi di organi rinascimentali del
mondo, il testamento
spirituale di un artista che per un certo periodo ha oscurato la grandissima
fama antegnatiana.