Se oggi sappiamo che i fratelli Giulio Cesare e Pietro Paolo
Moroni erano cugini di primo grado di
Costanzo Antegnati e in rapporti professionali assai stretti con Tomaso
Meiarini, lo dobbiamo alle
appassionate ricerche effettuate nel 1999 ancora da Ravasio, per chiarire un
contrasto tra un articolo
di mons. Paolo Guerrini e una citazione del 1874 di uno storico lonatese. Indizi
quasi alla Sherlock
Holmes. Il suo contributo, relativo all’organo della chiesa del Corlo in
Lonato, testimonia una serie di
relazioni, di subappalti e di collaborazioni molto fitta, che conferma un
panorama organario
bresciano rinascimentale assai più ampio, vivace e variegato di quanto
riconosciuto dagli studiosi
italiani più blasonati, già intuito in tutta la sua importanza da Renato
Lunelli circa mezzo secolo fa.
Si intravede in ciò, seppur non meglio testimoniato, un comportamento simile a
quello di una
confraternita professionale, come quella dei suonatori e di altre categorie, che
porterà l’arte
organaria bresciana rinascimentale ai livelli descritti precedentemente.
Nell’aprile del 1602 i
massari della Disciplina lonatese, volendo erigere uno strumento di grande
qualità, si rivolgono a
Costanzo Antegnati. Dopo aver visitato il luogo, Costanzo stabilisce che può
contenere solamente un
piccolo strumento di 5 piedi e declina l’invito. L’incarico, quasi
sicuramente su istanza dello stesso
Antegnati, viene affidato a Giulio Cesare Moroni. Nel tempo necessario per la
costruzione, per
rendere più solenni le celebrazioni, viene affittato un organino che viene
suonato da una eccezionale,
recente scoperta nel panorama organario bresciano: Tomaso Meiarini. Il Moroni
verrà saldato con tre
pagamenti. Il primo in frumento, il secondo in “vino nero buono…cioè zerle
13 et meza a pretio di liri
65 il carra”, il terzo in 41 scudi d’oro.
Pietro Paolo Moroni risulta essere insegnante d’organo e organaro che pare
agire talvolta
indipendentemente dal fratello, come nel 1588, quando vende un organo positivo
di 4 registri ai frati
del monastero di S.Clemente in Brescia, impegnandosi a ritirarlo per lo stesso
prezzo qualora gliene
fosse stato commissionato uno più grande. Dei fratelli Moroni non si conosce
finora alcun reperto
sicuro. Bisognerà leggere molto più attentamente certi materiali
rinascimentali sparsi in vari
strumenti, generalmente definiti di fattura antegnatiana viste le
caratteristiche costruttive comuni. I
due fratelli nel 1597 lavorano al Duomo di Asola, mentre Giulio Cesare, nel
1604-5, esegue lavori a
Mazzo di Valtellina, probabilmente assistito da Tomaso Meiarini.
I Virchi costituiscono una famiglia di zoccolai, intagliatori, intarsiatori,
liutai, organari, organisti,
virtuosi di cetera e compositori, dove arte e artigianato, tecnologia
d’avanguardia e soluzioni
estetiche si pongono continuamente in concorrenza creativa per trovare nuove
soluzioni, creando
capolavori di valore assoluto. Anche per questi autori sono importantissimi i
contributi dei
concittadini Bignami su Bernardino e di Ravasio sull’intera famiglia. Il nonno
Bernardino I (1480c.-
post1563) professa l’arte di disegnatore e intagliatore di zoccoli
preziosissimi, da stilista a livelli
dei nostri contemporanei Armani e Versace. Le dame bresciane e veneziane
dell’epoca ne andavano
pazze. Dei quattro figli Benedetto, Battista, Girolamo e Marcantonio, i primi
due seguono le sue orme,
specializzandosi entrambi nell’intarsio (loro sono le tarsie della chiesa di
S.Francesco) e il primo
anche in liuteria, mentre il terzo diviene uno dei più grandi liutai della
storia, specializzato in
cetere. Quella del 1574, da quell’anno in possesso dell’Arciduca Ferdinando
del Tirolo e ora nella
Musikinstrumenten-Sammlung del Kunsthistorisches Museum di Vienna, è uno degli
strumenti più
belli e preziosi mai creati, paragonabile per potenza esecutiva, liutaria e
iconografica, alla Gioconda
leonardesca. Il quarto rileva, assieme all’arte, l’azienda calzaturiera
paterna. Paolo (1552c.-?) figlio
di Girolamo diventa un virtuoso d’organo e cetera (attivo a Ferrara e Mantova)
oltre che compositore,
mentre Bernardino junior (1565c.-post1622) figlio di Benedetto, forse
influenzato dalle esecuzioni
del cugino, apprende l’arte organaria presso la bottega Antegnati. Infatti la
sua abitazione, in
contrada del Soncin Rotto (nome ancora in uso), si trova nella stessa quadra di
S.Giovanni dove
abitano e operano Graziadio e Costanzo. Una polizza d’estimo del 1588
testimonia la sua presenza a
19 anni in quel laboratorio. Appresa l’arte collabora per un certo periodo con
loro, divenendone
probabilmente il capo officina alla morte di Graziadio, visto che nel 1592 e
1594 “messer
Bernardino” monta gli organi costruiti da Costanzo per S.Maria Maggiore a
Bergamo e per il Carmine a
Salò. Iniziò a mettersi in proprio alcuni anni dopo, probabilmente quando
venne chiamato alla corte
mantovana, dal 1599 al 1611, per la manutenzione del prezioso strumento
esistente in S.Barbara,
suonato da suo cugino Paolo. Quest’ultimo, per un crimine rimasto sconosciuto,
fu condannato nel
1580 a 12 anni di servizio sulle galee, pena sostituita con il bando perpetuo
dal territorio veneziano.
In quel periodo, dopo essere stato in servizio a Ferrara dagli Estensi, venne
assunto alla corte di
Mantova, dove fu riabilitato 6 anni dopo. Bernardino costruisce strumenti a
Colorno (1601),
Correggio (1611-13), Rivarolo Mantovano (1613) e Genova (1620); restaura invece,
con rifacimento
dei somieri e vari ampliamenti, gli organi in S.Giovanni Evangelista a Brescia e
dell’Accademia
Filarmonica di Verona (entrambi 1604), di S.Domenico (1616) e quello enorme
della Cattedrale di
Cremona (1616-21), considerato “una delle rare et più buone opere che si
vegga forse in tutta
Europa”. Per questi lavori, che si protraevano troppo a lungo per la mole
dello strumento, ebbe
alcune lamentele. Il figlio Giovanni Battista, seppure molto giovane (circa
14-15 anni secondo
Ravasio), li tranquillizza rispondendo con alcune lettere in cui testimonia i
lavori già effettuati. Per
l’organo della chiesa di S.Giovanni in città si deve rilevare che Bernardino
introdusse 9 tasti
enarmonici, tra i quali due rari LA diesis e, finora, la prima testimonianza in
assoluto
dell’esecuzione di un effetto speciale che tanta fortuna avrà secoli dopo: il
Tamburo, eseguito con due
coppie di canne accordate in modo da ottenere, per imitazione, il rullare
appunto di queste
percussioni. Strumenti suoi, integri o ben conservati, non ne rimangono; restano
solo alcune
sopravvivenze, (soprattutto canne), variamente sparse in altri strumenti. Di
Gianbattista al momento
non si conoscono lavori o altre notizie di particolare rilievo.
Di Giovanni Battista Angelini (1567-1630?) e suo figlio Stefano (1595-?) si
conosce molto poco.
Sicuramente furono artisti di alto livello. A quanto è dato sapere lavorano più
nel territorio
bergamasco, forse per la spietata concorrenza cittadina. Giovanbattista nel 1615
restaura l’organo
della parrocchiale di Nembro. Stefano, assieme al padre, nel 1624 ne costruisce
uno per Cologno al
Serio e ingrandisce uno dei due costruiti da Costanzo Antegnati per la basilica
di S.Maria Maggiore a
Bergamo. Avevano bottega in contrada del Dosso (l’odierna via Mazzini) e nelle
polizze d’estimo,
preziosi documenti che testimoniano i vari livelli di qualificazione
professionale, si definiscono
“fabricatori de organi”. Ciò evidentemente per non essere confusi con
personaggi come Gregorio Terzi
nato nel 1530 abitante alla Pallata e Nicolò Zampatti, nato nel 1552, che si
definiscono invece come
“lavoranti da organi” da intendersi sia come aiutanti sia (ed è il quadro
che più si sta delineando)
come fornitori di parti d’organo, dato che l’ultimo possedeva una casa in
Brescia, in contrada
S.Francesco, con ben “doi botteghe”, una delle quali affittata ad un
falegname. A coronamento di una
situazione che contraddice ampiamente tesi sostenute da studiosi bolognesi di
una costruzione in
proprio di tutte le parti d’organo, spesso anche da parte dei laboratori più
blasonati, si deve
aggiungere Antonio Ardizzolo da Romano di Montichiari, nato nel 1611, che nella
polizza del 1641 si
propone come specialista “fabricator de canne di organi” con bottega nella
quadra settima
“S.Faustini… in canton Bombasaro vicino al Tresandello dei Fenaroli”. Un
Lorenzo Ardizzolo, forse
suo figlio, divenuto organaro completo costruisce uno strumento per la
parrocchiale di Zanica nel
bergamasco. Proprio in questo periodo si assiste alla qualificazione
professionale anche degli
indispensabili alzamantici. Dopo un inizio oscuro e anonimo, durante il quale
dovevano essere
procurati, garantiti e pagati dagli organisti, vengono elevati (a Venezia fin
dal 1519) alla dignità di
veri e propri collaboratori fissi, con regolare stipendio. Nel 1556 a Brescia
Hieronimi de Flumine
nigro firma un contratto con i deputati della Fabbrica del Duomo che prevede i
patti seguenti: “Il
detto Hieronimo sia obligato levar i manteci del organo della chiesa de Dom ogni
volta si suonerà lo
organo per lo organista. Item debba quando sarà il bisogno ogni anno tenir
netti li Alamari, il pozolo,
il capello, la cuba, li Cornisoni et alcun ornamento del organo di fuora via
delli canni del organo,
acciò la polvere non li dia danno, et tirar la tela che è di sopra lo organo
et copertarlo”, a
testimonianza di una cura e tutela oggi ahimè inesistenti.