GIOVANNI TONOLI
Tignale 11/03/1809 - Brescia 06/07/1889

  L'unica fotografie esistente di Giovanni Tonoli,
  medaglione dell'organo del Santuario della Stella a Cellatica.
 
E’ l’ultimo grande organaro della nostra scuola per la grande personalità artistica unita ad una
capacità progettuale e caparbietà realizzatrice che lo portava a rifiutare radicalmente il subappalto
di certe lavorazioni, come ad esempio la realizzazione dei mantici, dei somieri o delle canne, per le
quali erano esistite anche in passato botteghe specializzate. Per differenziarsi dalle altre ditte e
sottolineare l’importanza di una linea costruttiva integralmente personale, in chiusura del suo
Elenco Degli organi da Chiesa Fabbricati, stampato per i tipi della Apollonio attorno al 1880,
puntualizza orgogliosamente: “Non si dipende da nessuna fabbrica, si ritirano solamente i materiali
greggi”. Originario di Tignale, apprese l’arte dal francescano fra’ Damiano Damiani, che a sua volta la
imparò dalla celeberrima dinastia bergamasca dei fratelli Serassi, e fu attivo nella zona dell’alto e
medio Garda e in Trentino . L’incontro avvenne in occasione del montaggio dello strumento del
Santuario di Montecastello. Dopo alcuni lavori con il maestro, nel 1838 costruisce l’organo della
parrocchiale di Prabione, sopravvissuto fino ad oggi, nel quale sembra seguire le sue impronte. Morta
la moglie decide di trasferirsi a Brescia con la sorella Domenica e nel 1847 aprirà quello che verrà
configurandosi come il più grande laboratorio di costruzione d’organi mai esistito in città, situato in
Corso Montebello (ora Palestro) al n.39. Nel 1853 vista la condotta morale e politica “scevra da
pregiudizi” viene iscritto nel ruolo dei cittadini urbani. Nel suo catalogo sono elencati 167
strumenti costruiti in mezzo secolo circa di attività; di questi 96 sono nella nostra provincia. Gli
altri raggiungono quelle di Verona, Vicenza, Rovigo, Ferrara, Bergamo, Cremona, Mantova, Lecco,
Modena, Udine, Trieste (due per la prestigiosa cattedrale di San Giusto, uno dei quali definito “ad
uso funzioni slave”) e Trento. Altri strumenti sono destinati all’Istria e alla Dalmazia (cattedrale di
Ragusa, oggi Dubrovnik), 16 finiscono in America del Sud a “Buenos Ayres”, uno in Asia “ai Gesuiti
di Marianopoli” e uno in Africa “ai padri Michitaristi di Alessandria d’Egitto”. L’estrema solidità e
qualità di ogni dettaglio delle sue opere gli era assicurata da maestranze scelte con estrema cura e
severità; negli anni compresi tra il 1865 e il 1885 arriveranno a raggiungere le 15 unità,
specializzate in tutti i settori della costruzione. Nel 1881 vince la medaglia d’argento
all’Esposizione Industriale di Milano, dove si confronta con i più grandi organari dell’epoca, per la
novità di alcune sue invenzioni.
Un suo lavorante, Giovanni Maccarinelli, ottiene la Medaglia Onorevole di collaborazione. La
motivazione è la seguente: “Il Tonoli di Brescia, per l’ampia mole primeggiante, comunque i suoni di
ripieno non completamente rispondenti all’ampiezza dell’organo esposto, per voci imitative di
strumenti; e soprattutto per commendevole e minuta elaborazione di meccanismo”. Il Valdrighi
(1884) lo cita anche come costruttore di altre tastiere, cembali o fortepiani. A lui si devono gli
organi più grandi mai costruiti nel nostro territorio, come ad esempio quelli monumentali a due
tastiere del Duomo Nuovo in città (1855), delle parrocchiali di Gussago e Lonato. Tutti e tre
possedevano un’ottava cromatica in più dell’estensione massima raggiunta da qualsiasi altro
strumento. Sfortunatamente sono tutti stati ridimensionati da Porro Tonoli. Simpatizzante dei moti
irredentisti e ammiratore di Tito Speri, ne sposò la sorella Santina e diede il nome dell’eroe
risorgimentale al figlio natogli nel 1855. Dopo una rigida educazione in collegio, un’esperienza in
fabbrica col padre evidentemente controvoglia, e alcune speculazioni commerciali disastrose (che
portarono all’esecuzione di pochissimi pur pregevoli strumenti come ad esempio quelli delle
parrocchiali di Ome e Molinetto di Mazzano), Tito dovette dichiarare bancarotta riparando all’estero,
dove morirà a soli 32 anni. Gli organi tonolliani rimasti quasi intatti sono numerosi. Nato e cresciuto
all’interno della tradizione dell’organo romantico italiano di impronta operistica, Tonoli compete con
i contemporanei per dotarlo di ritrovati tecnici che ne possano rendere più agevole “l’uso moderno” e
più attuali le sonorità, come contemporaneamente avveniva ad esempio per il timbro dei flauti
d’orchestra, costruiti non più in legno o avorio e con poche chiavi, ma in metallo e più “armati”,
quindi più potenti e penetranti. A tal fine costruì alcuni strumenti con il somiere maestro a diverse
secrete (Lovere, parrocchiale, a 2 tastiere; Nave; Mompiano, S.Antonino) e particolari ventilabri
verticali, per ottenere pressioni dell’aria diversificate e registri (in particolare Trombe a Squillo) a
pressione più alta del solito. Verso la fine della sua esperienza, rivolse anche qualche attenzione
all’ulteriore mutamento del gusto, con disposizioni foniche e concessioni all’aspetto esterno della
cassa tendenti allo stile dell’organo sinfonico d’oltralpe. L’organo dell’abbazia di Leno (vedi scheda a
pag. ...) ne è una prova. La sua facciata ed alcuni registri accolgono, infatti, soluzioni di impronta
franco-tedesca.