GLI ANTEGNATI
1445ca-post1710

Nel 1481 si indice una pubblica gara. E’ questa la prima apparizione di
Bartolomeo Antegnati (1445c.–post1501) detto Bartholomeus de Lomexanis de Bressia. Inizia così
l’avventura della dinastia organaria italiana più famosa nel mondo. Artefici geniali, attivi per due
secoli, furono protagonisti nel perfezionamento dell’arte di costruire, riformare, restaurare e
suonare organi, ma anche cembali e spinette. Assieme ai liutai bresciani contemporanei, ben 19
figure dedite all’arte, completeranno l’opera di nobilitazione professionale di “artifex
instrumentorum musicorum” liberandola dalla definizione di origine medievale di arte “più
mecanica che liberale” praticata a volte da gente “molto bassa e quasi mendica”. Queste definizioni
sono inserite da Costanzo Antegnati nel suo famosissimo trattato intitolato “L’Arte Organica”, per
risolvere i dubbi del figlio intorno alla “nobiltà et dignità dell’arte,” definita orgogliosamente dal
padre “l’Arte Antegnata”. Di nobili origini e provenienti da Antegnate, in provincia di Bergamo (da
cui il cognome), si trasferirono a Lumezzane in epoca imprecisata. Giovanni, padre di Bartolomeo e
valente iurisperitus, si trasferì e ottenne la cittadinanza bresciana nel 1436, divenendo presto un
illustre personaggio pubblico. Bartolomeo, che apprende l’arte quasi sicuramente da Bernardo
d’Alemania e dagli esempi organari stranieri citati, assiste di persona al periodo più creativo di
Leonardo da Vinci, quello milanese di fine secolo e quasi sicuramente lo incontrerà durante le
frequentazioni in quella città. Dopo la semplice riforma del 1481 all’organo del nostro Duomo e
cinque anni di buio nei documenti, Bartolomeo opera nel 1486 al Duomo di Mantova, stilando un
contratto nel quale sottolinea la sua capacità sia di riformare gli strumenti sia di fornirne di nuovi
in tempi brevissimi (solo un mese). Nel 1488 per i suoi evidenti meriti è assunto a Brescia per un
biennio come vero e proprio impiegato pubblico, da parte del Comune e del Capitolo congiuntamente
(che si divisero l’onere del salario), per mantenere e per suonare i due organi rappresentativi della
città. Negli anni successivi (1490) viene chiamato a Milano per costruire un organo nuovo per quel
Duomo e per mantenere poi entrambi gli organi. Il laboratorio dove eseguiva i suoi lavori era presso i
monaci di S.Maria delle Grazie. Lo utilizzerà a più riprese, proprio negli anni in cui Leonardo da
Vinci vi esegue il Cenacolo. Ritorna a Brescia nel 1494 riceve l’incarico di manutentore degli organi
civici “toto tempore vite sue” nonostante venisse definito nei documenti il “tedioso Bartolomeo
organista”, per le sue ripetute suppliche e richieste di pagamenti in contanti e non in partite di
cera. Forse è per questo che dopo soli due anni, nel 1496, venne sostituito. Bartolomeo si allontana
da Brescia nello stesso anno per costruire l’organo in S.Maria Maggiore a Bergamo (che verrà rifiutato
dopo ben tre collaudi negativi e una controversia legale per la quale si chiederà perfino l’intervento
del Papa) e nel 1498 un altro per S.Lorenzo a Milano. Le sue ultime notizie provengono dalla
bergamasca: da Albino nel 1501 conduce le trattative per un organo a Lodi, ma senza esito. Morirà
poco dopo. Nel 1514 l’organo del nostro Duomo, dopo il tremendo sacco del 1512, venne rifatto
Giovanni da Pinerolo il quale aveva dimostrato qualità costruttive nel 1507 fornendo uno strumento
per i benedettini di S.Eufemia. Per la cassa vennero interpellati Stefano Lamberti come intagliatore,
Floriano Ferramola per la decorazione e per le ante Alessandro Bonvicino. Bartolomeo ebbe tre figli:
Giovan Battista (1490c.-1559) segue l’attività paterna ma con poca fortuna, costruendo a quanto si
conosce solo 4 strumenti. Nel 1534-35 due a Brescia per conventi femminili, quello di S.Spirito e di
S.Maria della Pace; nel 1536-38 due a Padova: nella basilica di S.Antonio e in S.Francesco, entrambi
stroncati dai collaudatori. Nel 1544 aggiunge qualche registro all’organo dell’Incoronata di Lodi, un
lavoro pure molto criticato. Lì sarà attivo comunque per un decennio con alterne vicende, come
organista e come maestro organaro incaricato di istruire due allievi. Giovan Giacomo (1495c.-1563)
invece è figura di altissimo livello e costituisce, assieme al figlio Benedetto (1535-1608), uno dei
due rami principali della tradizione, quello milanese. E’ attivo dal 1513. Dopo una manutenzione al
Duomo, costruisce tra il 1518 e il 1525, tre strumenti a Milano (il secondo dei quali viene definito il
migliore di quella città). Prosegue quasi ininterrottamente fino alla morte, avvenuta cinquant’anni
dopo, probabilmente mentre attendeva alla realizzazione di uno strumento per la chiesa di
S.Alessandro a Brescia, in uno dei suoi rari ritorni nella città natale. E’ attivo come organista in
S.Eufemia a Brescia attorno al 1524. I suoi capolavori gli valsero una fama grandissima e una stima
altissima all’interno della famiglia stessa. Gli organi costruiti prima del suo trasferimento, per le
chiese di S.Maria delle Grazie nel 1532, ma soprattutto di S.Faustino nel 1533 e per il Duomo di
Brescia nel 1536-37 rimarranno pietre di paragone ammirate in tutto il mondo organario e
organistico del periodo, ampiamente pubblicizzate dalla famosa citazione di G.M. Lanfranco (1533) di
“organi i quai sono così ben lavorati da Giovan Giacobo… che non da mano di huomo, ma da natura
creati paiono, con la sua accordatura così fatta, che ciascuna circonferenza delle sue canne intera,
rotonda & immaculata resta: et ciò si può vedere nello organo novellamente fatto di sua mano nella
chiesa di santa Maria dalle Gracie di questa città di Brescia”. Nell’estate del 1538 trasferisce la sua
attività nella capitale lombarda, attirato dalla prospettiva di essere, su quella piazza, praticamente
senza avversari del suo livello. In quella provincia continua a svolgere il suo magistero, spingendosi
fino a Varese, Lugano, Verona, Morbegno e Vigevano. In terra bresciana tornerà nel 1548 per
costruire l’organo del Duomo di Salò, accettato con freddezza dai committenti, forse per poterlo
pagare nel lasso di un decennio. Benedetto, è l’unico dei suoi 12 figli che prosegue l’attività; pur
valente, non raggiungerà l’abilità paterna. In 25 anni compresi tra il 1559 e il 1584 lavora a diversi
strumenti del padre, costruendone di nuovi circa una decina di cui tre a Parma e uno nel Duomo di
Torino. L’attività di cembalaro di Giovan Francesco I (1505c.–post1583), terzo figlio di Bartolomeo, è
elogiata da Giovan Maria Lanfranco nelle sue Scintille di Musica del 1533. Cita “Monochordi,
Arpicordi e Clavacymbali diligentissimamente fatti da Giouan Francesco Antegnato da Brescia”. I
coinvolgimenti organari, avvenero soltanto sporadicamente curando affari o aiutando il fratello
Giovan Giacomo. Nella trattativa per l’organo di Salò, in una lettera, ad esempio, testimonia la
sperimentazione di un tipo di piombo, rivelatosi inadatto alla bisogna. Di circa una decina di suoi
strumenti sopravvissuti, due spinette poligonali sono visibili al Victoria and Albert Museum di
Londra, una al Museo Statale degli Antichi Strumenti Musicali di Roma, mentre altri due splendidi
esemplari sono in Lombardia. Il primo, di proprietà dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti, ci è
fortunatamente pervenuto nel suo stato originale ed è ora esposto presso i Civici Musei di Arte e
Storia della nostra città mentre il secondo, leggermente più decorato ma alterato in alcune parti, è al
Museo Teatrale alla Scala di Milano.
Graziadio (1525-post1590), figlio di Giovanbattista, nell’opinione del grande organaro bergamasco
ottocentesco Giuseppe Serassi “fu il più esatto e perfetto in quest’arte fra i molti di questa illustre
famiglia…la solidità, la dolcezza delle canne, e la maestria delle medesime erano inimitabili”. A
fronte di una fama mondiale di lui si conosce pochissimo dal punto di vista strettamente biografico.
In sintesi, assiste allo sviluppo dell’attività paterna e in gioventù forse tentò altre strade. Il periodo
che intercorre tra la sua apparizione all’età di 15 anni in un laboratorio bresciano di “flaschis
scloporum” e il suo primo organo, commissionatogli quando aveva 40 anni da Guglielmo Gonzaga per
la Basilica Ducale di S.Barbara in Mantova, risulta ancora assai misterioso. Non sappiamo se fu
quella l’occasione che lo spinse ad occuparsi della bottega paterna, prima forse poco frequentata per
vicissitudini familiari che le scoperte documentarie di Ugo Ravasio (liutaio e organologo in Brescia,
appassionato ricercatore e studioso della nostra storia musicale) stanno chiarendo. A quanto risulta
fino ad oggi costruì meno di una decina di strumenti in un quarto di secolo, tra i quali nel 1578 uno
nuovo per la chiesa del Carmine in città. Il suo perfezionismo fu favorito da una situazione economica
floridissima derivatagli dall’eredità paterna e da altre due successive. Di lui rimane l’organo
Antegnati più grande e famoso al mondo, quello di 16 piedi costruito con la collaborazione del figlio
Costanzo nel 1581 per i frati della chiesa di S.Giuseppe (la cui scheda è a pag…). L’altro strumento
preziosissimo anch’esso sopravvissuto, restaurato in questi anni da Giorgio Carli, è quello di
Mantova di cui si è accennato. Rarissimo, progettato in collaborazione con il virtuoso Girolamo
Cavazzoni in tempi brevissimi, possiede 7 tasti enarmonici; è stato suonato e apprezzato dalle più
grandi figure dell’epoca come Jaches de Wert e Claudio Monteverdi, Rubens Frescobaldi e Luca
Marenzio. Degli altri strumenti da lui costruiti anche assieme al figlio, non rimane quasi nulla, se
non qualche decina di canne in organi recenziori. Figura ancora nell’ombra e da studiare
attentamente per le sue implicazioni storico artistiche, Graziadio ebbe forti legami con la nostra
città. Forse per riscattare una sua situazione familiare discontinua, si adoperò molto per
l’educazione e la carriera del figlio Costanzo (1549–1624), la cui istruzione sull’arte familiare andò
di pari passo con quella musicale, affidata a Giovanni Contino e Girolamo Cavazzoni, attivi a Mantova
presso la corte musicale più stimolante dell’epoca, assieme a quella ferrarese e della repubblica di
Venezia. A soli ventuno anni infatti viene inviato dal padre a sistemare l’organo di S.Barbara,
rassicurando il Duca Guglielmo Gonzaga sulle sue capacità. Da quell’epoca la collaborazione sarà
continua e verrà talvolta testimoniata da firme congiunte poste dentro le canne più grandi realizzate,
come ad esempio quella esistente dentro la monumentale canna di 16 piedi (oltre 5 metri) dell’organo
della chiesa di S.Giuseppe. In quarant’anni costruisce o effettua circa 25 lavori, ma alla luce dei fatti
bisognerà stabilire meglio quanti subappalti abbia ceduto a Bernardino Virchi o ai fratelli Moroni
(come nel caso della chiesa del Corlo) e in quanti lavori abbia fatto in realtà da garante a suo figlio.
Dei suoi strumenti non rimane quasi nulla, solo pochi reperti. Nel bresciano appronta quelli per
S.Giuseppe (1581) e Bagolino (1590, entrambi assieme al padre), Gardone Riviera e Carmine di Salò
(1594), S.Gaetano in città (1596), Lonato e Calcinato (1601); per Polpenazze (1609) è garante per il
figlio. In effetti Costanzo dagli anni ‘90 del secolo pare dedicarsi sempre di più alla sua attività di
organista, compositore, perito e trattatista, oltre che alla conduzione delle immense ricchezze
ereditate e accumulate e alla promozione sociale, che lo porteranno agli inizi del secolo a fregiarsi
del titolo di “Patritii Brixiani Organistae”. Come organista venne assunto nel 1584 al Duomo. Fu
dispensato dall’incarico nel 1620 perché, come testimonia Ottavio Rossi: “opera e compone, se ben
vecchio e storpiato d’apoplesia (alla mano sinistra n.d.r.) e come benemerito è riconosciuto dalla
città con onorato stipendio”, che non gli venne tolto fino alla sua morte. Come compositore si palesa
nel 1571 con la pubblicazione a Venezia de “Il Primo Libro de Madrigali a Quatro Voci con uno
Dialogo a Otto”, poi con cadenza quasi biennale pubblicherà composizioni principalmente sacre
(messe, salmi e mottetti) ma anche profane, riprese in varie antologie dell’epoca, anche straniere.
L’opera che, oltre agli strumenti, ha diffuso e tramandato la sua fama e quella della famiglia è
“L’Arte Organica, Dialogo trà Padre, & Figlio, à cui per via d’Auuertimenti insegna il vero modo di
sonar, & registrar l’Organo; con l’indice de gli Organi fabbricati in casa loro. Opera xvj. Utile e
necessaria à gli Organisti”. E’ un trattatello un poco pedante, dato alle stampe a Brescia nel 1608 in
allegato a “L’Antegnata” una intavolatura di 12 ricercari d’organo in tutti i toni, sull’esempio del
suo maestro Cavazzoni. Oltre a regole di galateo organistico e consigli di registrazione, Costanzo dà
indicazioni di prassi esecutiva e una regola per l’accordatura di organi e cembali. Descrive le
disposizioni foniche e alcune caratteristiche tecniche di diversi tipi di organi costruiti dalla loro
officina. Nell’Indice elenca ben 144 lavori, effettuati nei territori e nelle città di Brescia, Mantova,
Bergamo, Valtellina, Como, Crema, Milano, Pavia, Lodi, Parma, Cremona, Verona, Vicenza, Padova e
Venezia. L’elenco è da aggiornare, perché si stima che i lavori effettuati in realtà ammontino a circa
400, raggiungendo località come Torino, Saronno, Bellinzona, Lugano, Varese, Ferrara, Rovereto,
Modena, Ferrara. Costanzo di fatto chiude la grande epopea antegnatiana. Alla sua morte solo Giovan
Francesco II (1587–1630?) dei quattro figli maschi avuti prosegue l’attività. Purtroppo non poté
svilupparla adeguatamente nonostante le aspettative di Costanzo che lo designò come interlocutore
nell’Arte Organica e suo erede universale fin dal primo testamento (ne fece 3: 1600, 1603 1615)
ritrovato recentemente, (ancora sigillato e controfirmato tra gli altri da Gio. Paolo Maggini) proprio
da Ravasio. La morte lo coglierà quasi sicuramente nel 1630, a soli 43 anni, probabilmente per peste.
I figli di Gianfrancesco, Graziadio III (1608–1656), Faustino II (1611–1650) e Girolamo (1614–1650),
assieme al nipote Bartolomeo Ludovico (1639–1691) figlio di Graziadio III, terminarono i fasti degli
avi vivendo di luce riflessa, principalmente con lavori, manutenzioni e rari strumenti, nei quali
molto probabilmente copiano il richiesto, nuovo stile meiariniano. La stirpe si estingue nel 1710,
con la morte dell’ultima rappresentante nella parrocchia di S.Agata.